Cosa c’è dietro la nuova buzzword "quiet quitting"

Il "quiet quitting" o "abbandono silenzioso" è diventato un fenomeno di tendenza sui social negli ultimi anni e ha scosso fortemente il mondo del lavoro. Immaginiamo una situazione in cui i dipendenti si accontentano di svolgere solo il minimo indispensabile, appellandosi al contratto come una medusa nel suo angolo dell'oceano. Rifiutano straordinari, progetti extra e responsabilità aggiuntive come se fossero patatine scondite su un tavolo in festa. Sono presenti fisicamente, ma la loro presenza è come un fantasma in cerca di un poltergeist: inesistente.

In poche parole, è l'opposto di quell'entusiasmo scatenante che fa traboccare il cuore dei dipendenti. E come riconoscerlo? Immaginiamo ancora un'apatia contagiosa che si diffonde come una nebbia insidiosa nell'ufficio. I dipendenti diventano delle sagome senza voce, presenti ma in silenzio. Sono lì, ma non portano più contributi né generano valore. L'organizzazione diventa come un giardino incolto senza incubatori di creatività e innovazione.

E questo come impatta la produttività delle risorse? La qualità del lavoro inizia a scemare. L'assenza di impegno e di volontà di superare i limiti può portare a errori grossolani. I progetti subiscono ritardi e le responsabilità vengono trascurate, come se gli impiegati fossero dimenticati in un labirinto senza una bussola. I dipendenti silenziosi minano la solidità del team, rompono le catene che tengono insieme l'unità di lavoro. Il morale dei dipendenti ancora ingaggiati inizia a vacillare come una corda sospesa sulla scogliera.

E così, se i dipendenti si sentono orfani di soddisfazione e non vedono orizzonti migliori, possono decidere di cercare nuove opportunità. Un altro capitolo della loro vita professionale che si apre e un addio che risuona come un eco nella sala riunioni.

Ma c'è speranza. Questo fenomeno presenta una sfida che può essere superata. Le organizzazioni devono riscrivere le regole del gioco e abbracciare nuove dinamiche manageriali. Bisogna creare un'atmosfera di lavoro in cui i dipendenti siano valorizzati, ascoltati e stimolati a donare il massimo con le loro competenze e idee. È come un'orchestra che suona all'unisono, con il direttore che ispira i musicisti a dare il meglio di sé.

Un recente studio di Harvard Business Review ha gettato luce su questo fenomeno, rivelando che un manager empatico, complice e comunicativo può dissipare l'ombra dell'abbandono silenzioso. Un dialogo aperto e costante, un feedback costruttivo che funge da motore, sono gli ingredienti segreti per mantenere alti i livelli di impegno e far sentire i collaboratori parte integrante dell'organizzazione.

E se esiste il "quiet quitting", non possiamo ignorare il suo fratello nemico, il "quiet firing" o "licenziamento silenzioso". Un vento gelido che soffia nell'ufficio, un messaggio sottile e non detto che dice: "Non sei più benvenuto qui". Un'ombra oscura che spinge i dipendenti verso l'uscita senza nemmeno dir loro addio.

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