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C’è un fenomeno curioso nel mondo HR: più si parla disviluppo, più si riempiono calendari di corsi che hanno poco o nessun impatto sulla realtà operativa.
Ore e ore di formazione obbligatoria su temi lontani dal lavoro quotidiano, mentre le competenze veramente necessarie — quelle che servono domani mattina alle 9 — restano lì, non affrontate.
E non è un problema di buona volontà.
È un problema di logica.
Molte aziende progettano percorsi formativi come si faceva un tempo:
Ma oggi il lavoro è diventato troppo veloce, troppo fluido,troppo complesso per utilizzare ancora il modello “un corso per competenza”.
La verità è semplice: non serve più formare tanto, serve formare utile.
Il vero criterio dovrebbe essere uno solo: Questa competenza cambia qualcosa nella performance entro 60 giorni?
Se la risposta è no, la formazione non è prioritaria.
Se la risposta è sì, diventa strategica.
Perché la formazione che funziona:
E allora cosa serve davvero?
Tre cose:
1. Una diagnosi reale, non teorica.
Prima si osserva il lavoro, poi si decide la formazione. Non il contrario.
2. Formazione integrata al lavoro, non parallela al lavoro.
Micro-learning,shadowing, project learning.
La formazione vera avviene dove il lavoro accade, nel "gemba" direbbero gli amici Giapponesi
3. Un sistema che misuri l’impatto.
Non “ti è piaciuto il corso?”, ma:“Facendo lo stesso lavoro di prima, ora lo fai meglio?”
Formare non significa “insegnare cose”. Significa aumentare le possibilità delle persone dentro l’azienda. Il resto è intrattenimento aziendale.